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Reddito di cittadinanza, dalle parole ai fatti

Il reddito di cittadinanza è nella manovra economica. Sembrava impossibile fino a qualche mese e invece no: il m5s ha mantenuto la promessa, il suo cavallo di battaglia è entrato nella prima legge di bilancio del governo gialloverde. Per chi ha difeso questa proposta in tanti anni di impegno movimentista, è un motivo di grande soddisfazione.

Si può discutere sul modo in cui il provvedimento è stato tecnicamente congegnato e sarà materialmente organizzato – e su questo bisognerà attendere l’approvazione definitiva della legge in parlamento con i suoi decreti attuativi – ma una cosa è certa: era ed è giusto provvedere a una misura di sostegno ai cittadini che non dispongono di mezzi economici sufficienti per vivere. Sono almeno 5 milioni i poveri in Italia, secondo tutte le stime. Inaccettabile che nessun governo abbia concretamente pensato a loro negli anni passati.

Un reddito minimo garantito (questa è la definizione più corretta) è necessario ed è previsto in forme diverse in tanti paesi europei, per liberare le persone dalla schiavitù del bisogno e dalla ricattabilita’ economica. Naturalmente non dev’essere e non sarà una misura di tipo meramente assistenzialista. Dev’essere e in effetti sarà finalizzato alla ricerca di occupazione, oltre che subordinato alla formazione e alla disponibilità a lavori socialmente utili per la propria comunità. Non si pagheranno le persone per stare a casa, dunque, ma per stimolarle a darsi da fare, acquisire nuove competenze e inserirsi nel mondo del lavoro.

Ne sono ben consapevole: non sarà per nulla facile far funzionare tutto questo, evitando blocchi burocratici e inefficienze amministrative, oltre che truffe e raggiri, che in Italia sono sempre dietro l’angolo. Ma è giusto e necessario provarci.

Un abbraccio da New York

Fiorenzo

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